MI PRESENTO come scrittore di romanzi di demoni, di citta' e di saggi filosofici su teorie e paradigmi

Di Ezio Saia

 

Non parlerò solo del mio libro (PER QUESTO VEDI A LATO) ma in generale delle fatiche di scrivere, delle mie idee, degli scrittori che amo e di quelli che considero maestri. Racconterò delle mie preferenze artistiche e letterarie perché penso che sia importante sia per un autore che per un critico, soprattutto oggi con il graduale affermarsi dei libri elettronici e dell’autopubblicazione.

Che tutti possano pubblicare i loro romanzi o i loro pensieri sul web è una gran cosa. Il filtro delle case editrici è spesso inquinato politicamente ed elitariamente. Pare inoltre che per essere letti da questi “filtri” sia necessario conoscere o essere presentati. Pessima cosa ma di questi tempi, dove alle case editrici arrivano valanghe di libri, non vedo come potrebbe essere altrimenti.

La possibilità di auto pubblicarsi crea grande abbondanza di offerta per i lettori e l’abbondanza è fonte di confusione. A questo si dovrebbe rimediare con una critica molto più ampia, molto più specializzata e capace di indirizzare tanto i lettori della letteratura cosiddetta “alta”che gli amanti della Fantasy, quelli della fantascienza, dei gialli, ecc. Quanti di noi, se guardano indietro, debbono confessare di aver spesso soldi e tempo in libri dei quali leggevano poche pagine o addirittura poche righe? Ben vengano società di lettori specializzati indipendenti che a pagamento sappiano dirigere gli acquisti.

Ho parlato di specializzazione e vorrei spiegarmi meglio. Non intendo parlare di specialisti di fantascienza, di giallistica o di letteratura “alta” ma di lettori che amano leggere il vecchio e il nuovo e che dichiarino chiaramente testi e autori prediletti. Avessi voglia di leggere un libro di fantascienza, fra un critico che ama Farmer o Vance e un altro che apprezza tutta la produzione di Asimov, seguirei senz’altro le indicazioni e i consigli del primo perché amo la narrazione veloce e avventurosa di Farmer e detesto la lentezza di Asimov.

Stesso discorso per la letteratura in generale.

Anche per questo motivo, oltre che per raccontarmi ai potenziali lettori, più che parlare del mio romanzo, preferisco parlare dei miei gusti.

Da piccolo leggevo molti fumetti. Capitò che mi feci convincere dal giornalaio a comperare al posto dei soliti Capitan Miky o del Grande Blaek una busta chiusa contenente ben quattro fumetti.

La busta non conteneva fumetti ma quattro fascicoli con i primi quattro capitoli di uno dei tanti corsari di Salgari. Cominciai a leggere e fu amore immediato: non mi staccai più. Mio padre mi dovette instradare alla biblioteca pubblica, pur di non sentir più la mia lagna e così, uno alla volta, divorai tutti i romanzi di Salgari e fu proprio in quel periodo che pensai di diventare un nuovo Salgari. Poi, crescendo, i gusti sono cambiati.

Fra gli stranieri ho molto amato e amo Cent’anni di solitudine di Marquez, Il tamburo di latta di Grass, Il maestro e Margherita di Bulgakov. Appena un gradino sotto i romanzi di Saramago (sopra agli altri Tutti i nomi), l’ Orlando della Woolf, Le avventure di Augie March di Bellow, La casa Verde e La guerra alla fine del mondo di Vargas Llosa .

Fra gli italiani mi sono piaciuti il Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, Gli indifferenti di Moravia, La Cognizione del dolore di Gadda, Il partigiano Jonny di Fenoglio, Il gattopardo di Lampedusa. Alcuni fra gli scrittori italiani e stranieri citati, hanno anche scritto molto, soprattutto Moravia, ma nulla secondo me all’altezza della loro opera migliore. Penso che Moravia, ad esempio, sia andato sempre peggiorando e che romanzi come Io e lui siano decisamente brutti e mal scritti.

Potrei continuare ora l’elenco iniziato e parlare di libri, di stili e di autori ma mi preme sottolineare che ci sono tante maniere di leggere e di amare la letteratura. Per questo motivo, prima di continuare l’elenco delle preferenze, sento il dovere di dichiarare il mio forte amore per la letteratura popolare. Per quella letteratura di genere e d’evasione, spesso guardata con tanta degnazione dai nostri “professori”, dalla nostra elite, dalla nostra società civile. Parlo dei romanzi noir, dei gialli, dei polizieschi, dei romanzi rosa, di quelli erotici e pornografici, della Fantascienza e della Fantasy.

Non mi piacciono i noir, i gialli, i rosa, ho letto senza grande entusiasmo l’erotico e il porno ma con discreto piacere la fantascienza e la fantasy. Non tutta la fantascienza ovviamente e non tutta la Fantasy. Anche in questo campo, dopo molti colpi a vuoto, dopo molti acquisti abbandonati dopo poche pagine, mi affido al giudizio di amici lettori. Hanno entrambi gusti molti differenti dai miei ma anche questo aiuta me e aiuta loro: uno predilige la fantascienza sociologica che mi annoia a non finire, l’altro quella misticheggiante che mi è sempre sembrata noiosa e cattiva filosofia. Mi piace invece la fantascienza avventurosa e d’evasione. Così loro non leggono i libri che piacciono a me e io non leggo quelli che piacciono a loro. Mi piacciono di Farmer i primi tre volumi del ciclo del Fiume della vita e i quattro de I fabbricanti di universi, quelli su Padre Carmody, i rifacimenti di Moby Dick, di Tarzan ecc.

Ho letto con piacere la prosa multicolore di Vance, gli intrighi inquietanti di Van Vogt, qualche romanzo di Zelazny e di Delany, i primi due volumi del ciclo interminabilmente noioso della Fondazione di Asimov, i lugubri e materialisti racconti di Lovercraft, La svastica nel sole, Le stigmate di PE, Disse il poliziotto di Dick . Un caso a sé è Vonnegut: considero il tremendo, sarcastico e grottesco Vonnegut un maestro.

 

Della Fantasy mi piacciono le opere dei precursori, gli inglesi J. R. R. Tolkien e C. S. Lewis; del secondo ricordo soprattutto il bel romanzo Lontano nel pianeta silenzioso, del primo ce poco da dire: ha reinventato un genere letterario e ha scritto un romanzo che si legge tutto di un fiato. Dopo Il Signore degli Anelli, dopo il suo enorme successo, tutto ciò che è stato scritto in seguito mi pare ripetitivo e noioso.

Penso che la fantascienza abbia dato il meglio di sé non nel romanzo ma nel racconto breve, Weinbaum, Zelazny, Delany, Anderson, Ellison, Vance, McCaffrey hanno scritto (almeno secondo i miei gusti) ottimi racconti. Come migliore, eleggo Winbaum con la sua - mi pare che il titolo sia questo - Odissea marziana. Ma chi è questo Weinbaum? Ha scritto altro? Dove è finito?

Molti dei racconti brevi citati hanno ricevuto il premio Hugo assegnato dal popolo dei fans e non dall’elite dei critici. Plaudo a Solmi che per l’Einaudi compilò l’antologia Le meraviglie del possibile ma mediamente preferisco la scelte dei fans alle sue.

 

Molta e supercolta èlite culturale civile storce il naso nei confronti della letteratura popolare fantasy e fantascientifica e motiva questa esibizione di puzza “puzza sotto il naso”, affermando che le stupidaggini della fantasy e della fantascienza non possono essere arte perché l’oggetto dell’arte è il vero.

Sono abbastanza d’accordo sul vero come oggetto dell’arte ma credo che i modi per arrivare al vero siano molti e differenziati. L’oggetto di un’opera può essere tutt’altro da quello che appare dalle informazioni che vi leggiamo.

Pensiamo, ad esempio, alla scoperta e all’esplorazione dell’America. Come potremmo descrivere i sentimenti di paura, di stupore, di sorpresa e di meraviglia che dovettero provare quegli individui che esplorarono il nuovo continente? Quelli, che per loro erano enigmi, novità paurose o meravigliose, per noi sono sapere acquisito e organizzato. Come videro, gli esploratori, i nuovi animali, i nuovi uomini, le loro civiltà? Noi sappiamo come le videro dai loro racconti e dalle informazioni che sono state successivamente acquisite, ma abbiamo ormai metabolizzato quelle informazioni, quei sentimenti di stupore, di meraviglia, di paura in relazione a quella vicenda di scoperta. Esse fanno parte del nostro patrimonio culturale, non ci possono più coinvolgere o tenere con il fiato sospeso perché la verginità dell’incognito non può essere ricuperata con la loro rinarrazione. Questa, coi suoi eventi, ci giungerebbe completa di tutte quelle anticipazioni storico-culturali che impedirebbero a noi di riprovarle nella loro genuina novità. I sentimenti che le accompagnano sono stati consumati.

In fondo un romanzo di fantascienza che narri la scoperta e l’esplorazione di un mondo nuovo, sconosciuto e imprevedibile può risuscitare quei sentimenti di paura, sorpresa e meraviglia che una ennesima rinarrarazione della scoperta del continente americano non è in grado di rinnovare. In questo caso saremmo di fronte a una metafora totale con astronavi al posto delle navi. Possiamo affermare che un simile romanzo fantastico sarebbe in fondo una narrazione più vera della narrazione storica? Come potrebbe essere, infatti, altrimenti raccontato nella sua genuinità ciò che non può più essere raccontato e neppure percepito da noi lettori come tale? Come narrare la scoperta dell’America come verità?

Potremmo allora dire che quel romanzo fantastico ha per oggetto la scoperta dell’America? Evidentemente no. L’oggetto è costituito dalla scoperta e dall’esplorazione di quel tal nuovo mondo? Lo è, ma non è solo questo: è nello stesso tempo la scoperta di ogni mondo nuovo e di quello specifico mondo, è nello stesso tempo metafora e realtà, immaginazione e realtà. L’oggetto è la narrazione o ri-creazione di quei sentimenti di meraviglia, sorpresa, paura, ossia la ri-creazione di una universalità di sentimenti concretizzata in una certa e singolare concatenazione di eventi?

La metafora ci indica una fuga dal mondo che è anche una via per accedere al mondo e ritrovare la verità del nostro.

 

Il romanzo-epopea di Asimov Cronache della Galassia, ebbe un enorme successo anche fra i non appassionati di fantascienza. Ispirato dalla Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano del Gibbon, narrava l’agonia di un impero galattico e derivava gran parte del suo fascino dal suo rinarrare e rivivere la decadenza dell’impero romano senza le anticipazioni culturali che ne avrebbero sciupato le emozioni.

Tramite l’introduzione di una fantastica e del tutto improbabile nuova ‘psicostoria’, l’autore riusciva ad innestare un’aura di inesorabilità del procedere nel processo di dissoluzione di fantastico e immenso impero di dimensioni galattiche. Il romanzo, che non era solo una ricollocazione metaforica di una dissoluzione, ma anche la riproposizione del difficile passaggio da un’era buia a una rinascita culturale e politico-democratica, ricreava in scala galattica tanto le repubbliche marinare che l’epopea rinascimentale delle città-stato. Ma ciò che colpiva era il respiro di vertiginosa immensità, l’idea di distanze abissali, di un centro e una periferia che in qualche modo rievocavano quelle sensazioni di estensione sconfinata che doveva provare un cittadino dell’impero romano quando pensava ai lontani, irraggiungibili, sconosciuti confini.

Aure di immensità e di vertigine impensabili da ricreare su scala terrestre.

 

MUSICA

La musica è un’altra grande passione. Amo Youtube. Ti permette di viaggiare dalla Roma dei papi, alla Mantova dei Gonzaga, alla Venezia dei Dogi su e giù, su e giù, su, su fino alle meraviglie e agli obbrobri della dodecafonia.

Penso che chi, come me, obbligato, per combattere gli acufeni, a iniettarsi due, tre ore di musica per notte, anche se fanatico adoratore delle canzoni e del Rock, gli convenga ampliare il suo orizzonte. Lo credo perché la musica è sterminata, perché si ha sempre bisogno di nuova musica, perché non tutto si può dire nei tre o quattro minuti di una canzone, perché anche la musica ha spesso bisogno di ampi respiri e di ampi spazi, perché secoli di composizione hanno accumulato tesori e miniere di musica.

Nessun disprezzo verso il rock, nessuna puzza sotto il naso ma il riconoscimento che il rock e la canzone sono solo una parte dei possibili modi di esprimersi e di godere la musica. Da giovane vedevo a Sanremo i cantanti sorretti da una orchestra costosissima, quasi pesante come un’orchestra classica. Poi arrivarono i giovani beats che s’inventarono i complessi. Quattro, cinque artisti che suonavano strumenti elettronici, che provavano nelle loro cantine, e che, grazie all’amplificazione elettronica, potevano farsi udire da un mare, anzi da oceani di persone. Fu una grande innovazione e riuscirono senza costi stratosferici a esprimere la loro musica.

La musica cosiddetta classica non ha imparato questa lezione e ha, invece ormai imboccato un linguaggio difficile, elitario, compreso solo da cerchie ristrette. Un linguaggio sempre più privato che fatalmente restringe le cerchie e si avvia, (al meno a mio avviso) al mutismo.

Qualcosa di simile successe nel passaggio dal medioevo al rinascimento. La polifonia era diventata così complessa che ne godevano solo gli addetti ai lavori. Il popolo seguiva invece le nuove canzoni monodiche cantate da trovatori e trovieri. I primi, i polifonisti, si estinsero, i secondi generarono la grande stagione della musica cosiddetta classica durata 4, 5 secoli e che comprende gente come Monteverdi, Rossini, Mozart… Wagner, Verdi. Oggi, probabilmente, i nuovi Mozart nasceranno non dalla musica cosiddetta colta che è muta, ma dal Rok. Un nuovo Monteverdi, un nuovo Carissimi, un nuovo Mozart forse stanno già oltrepassando limiti e confini del Pop e del Rock per iniziare un nuovo grande ciclo musicale. I tre o quattro minuti del brano musicale-canzone erano imposti dalla durata del 45 giri ma oggi non trovano più giustificazioni culturali. Come con un sonetto non si può raccontare Guerra e pace, così con una canzone non si racconta Traviata. Forse anche in musica è necessario un passaggio dal FAST allo SLOW.

Nel mio romanzo LA CITTÀ E IL DEMONIO non solo parlo di musica ma ho cercato di ricreare col lo stile e il ritmo i ritmi di certe musiche. Molte pagine della vita di Mosè, le vertigini del pranzo coi briganti, quelle del sesso con Gioia e con Gloria, le degenerazioni della Gran Festa celebrata dall’alta e altissima elite a Palazzo Madama sono ispirate dai ritmi vorticosi e dai crescendo di Rossini. Le molte favole raccontate da Giosuè ai carabinieri durante il grottesco interrogatorio in caserma derivano dal mondo dell’opera. Il mite professor Fato per descrivere l’indiavolato comportamento di Balivo cita il pianoforte di Petrusca.

I romanzi ottocenteschi, i classici, per i quali andavo pazzo un tempo, oggi mi piacciono meno. Preferivo Tolstoj a Dostoevskij, Stendhal a Balzac, a Zola, a Hawtorne, a Flaubert, mi piacevano molto Conrad e James. Lo stesso valeva per quei romanzi e romanzieri che come Broch, Fitzgerald Steinbeck, Cadwell, Hemingway, Mann, Nabokov, Updike, ecc. si ponevano più o meno in linea con quella maniera di narrare. Il romanzo dell’ottocento era per me l’apoteosi, il culmine, la pienezza della letteratura e della verità. Succedeva la stessa cosa in Musica.

 

Oggi, scrivendo i miei romanzi, ho cambiato completamente idee e gusti. I romanzieri dell’ottocento, i grandi romanzieri dell’ottocento, li sento troppo realistici, troppo pesanti, troppo seri, troppo inclini a padroneggiare i loro personaggi come divinità creatrici, come analisti, addirittura come macellai. Li aprono, li scarnificano, li sezionano, li scrutano, li indagano; indagano azioni, indagano esterni, indagano interni, indagano menti e pensieri. Creano i personaggi, li muovono, li sezionano, li giudicano, li assolvono, li condannano, li espongono al pubblico rimprovero, li esaltano. Mi sembrano nei confronti dei loro personaggi psicologi, anatomisti, pittori, giudici e dei.

Forse esagero ma, se esagero, è solo per mettere in evidenza che i mezzi per raccontare la verità dell’uomo non sono solo quelli di sezionare e di raccontare, di trasformare il romanzo in un’avventura psicologica fino ai culmini raggiunti da James.

Romanzi come Il tamburo di latta, Il Maesto e Margherita, Cent’anni di solitudine, come quelli di Saramago, racconti come quelli di Borges portano alla luce la magia, i sogni, le fantasie, l’eccezionale e lo straordinario. Raccontano usando il comico, l’iperbole e il grottesco, dimenticando il “realismo”; non solo il realismo del naturalismo e del verismo ma anche quello del romanticismo. La narrativa torna a stili, forme fantasie vivissima nel passato. Non parlo solo di Rabelais, di Pulci, del grandissimo Ariosto ma anche del romanzo settecentesco, di Sterne, di Swift, di Defoe, di Cazotte, di Beckford, senza dimenticare Voltaire e anomali narratori ottocenteschi come Gogol e Stevenson. Si torna a personaggi come Gulliver, alle favole di ogni tempo e paese, a quelle de Lu cunto de li cunti, a un filone sempre vivo che si connette alle altre grandi fantasie delle Mille e una notte.

Sono tutte maniere molto diverse fra loro di raccontare il vero. Del resto il secolo scorso è stato il secolo delle avanguardie, delle rivoluzioni artistiche che ha aperto nuove vie, sentieri, autostrade verso la “Verità” letteraria. Kafka, Joyce, Borges, Woolf, Camus, Sartre, Celine, Proust e molti altri raccontano il vero secondo vie differenti e innovative per contenuto e per stile.

 

Fra tutte queste vie che alleggeriscono il romanzo ottocentesco LA CITTÀ E IL DEMONIO sceglie quella del fantastico e del realismo comico, grottesco e iperbolico adottando uno stile fluido e veloce. Il fantastico narrato è tradizionale e centrato in una grande città come Torino dove convivono i vari strati sociali, i vari individui, vecchi e nuovi problemi, l’enfasi di una nuova Torino turistica, le banche, le fondazioni bancarie, i poteri vecchi e nuovi, le élite, i grandi personaggi e la grande famiglie borghesi con i loro cerimoniali e i loro poteri. Il tema attorno al quale s’avvitano quattro grandi vicende d’amore è la lotta che impegna l’alta e altissima èlite torinese, impersonata dalla potente SIGNORA DELLE OLIMPIADI e il DEMONIO in visita a Torino.

Dovrei ancora parlare di letteratura italiana e straniera, di questo secolo del secolo scorso, di musica ma rinvio questo discorso alla prossima apertura di un blog gestito da più soggetti. Parlo invece brevemente di pittura.

 

Non so quando la pittura occidentale ha cominciato a essermi indifferente o addirittura a nausearmi tanto da indurmi a un completo disinteresse se non peggio. Recentemente un ministro dei beni culturali ha espresso un analogo disagio. Un disagio culturale personale e, forse, un disagio in quanto ministro, per i soldi dei contribuenti spesi per finanziare mostre, istituzioni, ecc. che trattano molta “arte” da lui e non solo da lui considerata spazzatura.

L’affermazione del ministro è stata vivacemente contestata e naturalmente nessun “intellettuale”, nessun “professore” dell’elite e della società autoelettasi civile si è elevata in sua difesa. La casta dei professori e degli intellettuali non ha perso mai una sola occasione per parlare quando deve tacere e tacere quando deve parlare.

L’opera di Pollok è stata per me l’ultima avanguardia accettabile mentre la celeberrima Merda d’artista dell’”artista“ Manzoni è uno dei tanti esempi che mi hanno disgustano. Di provocazioni ne ho viste tante, molte utili, molte solo volgari. Quella di Manzoni mi è parsa e mi pare tutt’ora volgare, superba ed elitaria. Purtroppo da sempre lo spirito del collezionismo inquina molte vite e non mi stupirei se arrivassero dai giornalai dispense con mini confezioni sigillate di merde d’artista o di unghie d’artista da collezione, mi auguro che si instauri accanto alla filatelia, alla bibliofilia, anche la ben più nobile e colta merdofilia. Naturalmente d’artista.

Nel mio romanzo LA CITTA’ E IL DEMONIO è presente una garbata ironia sulla Signora dell’Arte che, delusa dai torinesi che non apprezzano la sua mostra di merde d’artista, si rinchiude nella sua fondazione dove si nutre di merde d’artista e di unghie d’artista, ecc. Dicevo garbata perché in effetti la feroce ostilità che nutro verso tutte le elite tocca appena persone reali come la Signora dell’Arte del romanzo, che, forse, nello slancio e nello sforzo di aprire e far conoscere nuove esperienze e nuove vie verso l’emozione artistica, esagerano e lo fanno consciamente, convinte, però, di assolvere al delicato compito di non precludere a priori alcuna apertura.

 


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LA CITTA’ E IL DEMONIO

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