Comincia a leggere IL RE DEGLI ANARCHICI

PROCESSO ED ESILIO

Sono nato a Vienna la capitale dell’Europa imperiale, nel rione degli zingari.

All'inizio in famiglia eravamo in quattro: mio padre, il padre di mio padre che era mio nonno, mia madre e io. L'altro mio nonno, abitava da un'altra parte della città, in un quartiere seminobile, perché, per quanto rimbecillito e impoverito, era pur sempre stato un benestante. In ogni caso non era più tanto nel suo e un bel giorno, quando avevo tre anni, sparì.

Anche l'altro mio nonno sparì lo stesso anno ma scelse la strada meno misteriosa della morte.

Morì felice nel suo elemento primario, l'alcole. Di lui ricordo solo la faccia bianca da morto quando lo portarono a casa e, soprattutto, quella stessa sua faccia, dentro la bara nera, quando lo ebbero vestito del suo bel completo nero.

Per me, quella sua faccia era bianca ma per gli altri non era così.

- Una vera faccia rubiconda. - dicevano - Non sembra neppure morto, non è bianco come gli altri morti.

Fu così che appresi che quando si muore si diventa più bianchi del bianco di mio nonno e che quel suo bianco poco bianco era una specie di miracolo. Mia madre non aveva dubbi che l'alcole fosse responsabile di quel viso rubicondo che lei battezzò "avvinazzato", non fermandosi neppure di fronte alla morte nello spargere veleni sulla famiglia di mio padre. Anche mio padre non aveva dubbi ed era d'accordo con lei sulla causa di quell'insolito colore; ma, mentre lei sibilava veleni, lui gongolava ed elevava lodi alla saggezza di vita di quel vecchio bisonte che nella vecchiaia, pur rimanendo devoto ai veri elementi primari che erano la rivoluzione e le donne, non avendo la possibilità di morire nel loro grembo, aveva scelto quel terzo elemento.

Così anche su quella disputa si manifestò quella strana coincidenza che caratterizzò sempre le opinioni di mio padre e mia madre. - Gran donna tua madre! - mi diceva - Ma, poveretta, che educazione fascista!-, - Il solito Cretino, tuo padre! Un oceano di idiozia come tuo nonno, tua nonna, i bisnonni e via di seguito fino ai maiali, suoi primi antenati - mi diceva lei.

A questi disguidi debbo l'onore di essere figlio unico. Mio padre ne avrebbe voluto una nidiata ma mia madre, quando ero appena un embrione, aveva già giurato a se stessa e al mondo che mai avrebbe generato un altro essere col seme di mio padre. - L'amore - diceva - è durato una notte. - In quella notte, schiava delle sue ovaie, era stata sorda e cieca ma il giorno dopo, toccata con mano l’indole sderenata di mio padre, aveva sigillato le ovaie.

Così io rimasi unico e benché, vedendomi crescere, non potesse evitare di vedere in azione dentro di me il seme zingaro di mio padre, conservò a lungo la speranza che ci fosse anche un principio positivo, destinato a emergere. Ma, come racconterò, abbandonò ogni speranza durante il nostro viaggio a Ormuz.

Ormuz! Fu un viaggio epico! Fu un viaggio memorabile! Fu come una luce che emerge dalle nebbie. Ci entrai poppante, cieco, sordo, acefalo, asessuato e ne uscii uomo. Il "poi" lo sentirete.

 

ORMUZ

Due parole su Ormuz, anche se penso che nessun essere, anche se residente nel più lontano e sperduto angolo della galassia, possa ignorare il significato di questo pianeta ecologico.

Ormuz è l'invenzione del dittatore di Ginx, il mio pianeta natale. Non che Barbuk, il dittatore in oggetto, lo abbia creato ma certo ne ha inventato il razionale utilizzo. È, a suo modo, un pianeta ecologico, una specie di parco per la preservazione di una specie e la specie da preservare siamo noi.

Qui ci manda tutti i criminali, assassini, ladri e ruffiani che infestano il suo regno e, inoltre, tutti i magnaccia, i guappi, i truffatori, gli avversari politici, i potentati che non gli garbano, le sue vecchie amanti, gli amanti delle sue amanti, i parenti intriganti, i congiurati, gli alcolizzati, i drogati e noi.

Noi in questa multiforme compagnia siamo una categoria a parte. Noi siamo i POLITICI e Barbuk non solo ci odia ma, a quanto dice mio padre, ci teme.

La mamma (anche lei è qui, in questa villeggiatura, anche se ha smosso le montagne per non venirci) ha in proposito idee alquanto divergenti dal di lei marito, che sarebbe mio padre. (A quel tempo questa coincidenza tra mio padre e marito di mia madre era per me una verità pacifica e universale).

Quanto poi al fatto che Barbuk abbia paura di mio padre e di quelli come lui, quando ne sente parlare, mia madre, di colpo cade in accessi di tosse convulsa, diventa sarcastica e comincia ridere strabuzzando gli occhi come se stesse per soffocare.

In ogni caso la divergenza relativa alla rilevanza dell'attività politica di mio padre, non è poi tanto importante poiché oltre alla venerabile (secondo mio padre) o cretina (secondo mia madre) categoria degli oppositori di Barbuk, mio padre appartiene anche a quella dei ladri e dei truffatori.

Mio padre dunque, incappò negli agenti di Barbuk in una sera di maggio, completamente ubriaco e in possesso di due false carte di credito e un volantino di "Noi fascisti", che chissà per quale maligna fatalità gli era capitato in tasca, giacche odiava i fascisti.

Mio padre al processo volle difendersi da solo poiché si credeva un grande oratore. Ricusò l'avvocato e il giudice, che se ne fece un baffo della sua ricusazione, che ascoltò sonnecchiando il suo sermone, che assentì compiaciuto quando mio padre ribadì più volte che quel manifestino lo aveva raccolto per pulirsi il deretano, che accettò le sue tesi, che si congratulò per il suo vigore oratorio e che lo condannò per terrorismo, attività antisociali, ubriachezza e falso in carte di credito all’esilio perpetuo su Ormuz.

Mio padre uscì dall'aula, scortato dai gendarmi, con la faccia radiosa del martire. Mia madre si limitò a commentare con un "Cretino!" ma si diede subito da fare perché, se un criminale politico viene elevato alla condizione di colonizzatore di Ormuz, a scanso di sorprese, Barbuk ci manda tutta la famiglia, a meno che il giudice accerti la loro integrità politica.

Mia madre si assunse questo compito per lei e per me. Quella sera ebbe brividi di speranza, accese candele a tutti gli dei e andò dall’avvocato.

All'udienza professò la sua assoluta obbedienza al governo e alle sue leggi e manifestò tutto il suo disprezzo verso il suo abominevole marito.

Il giudice assentì, l'avvocato perorò la causa con calore, descrisse mio padre come un bruto, un violento e un cretino. Mia madre rincarò la dose. Il giudice s'incuriosì di fronte a tanto livore e volle udire mio padre, che, quando apprese la cosa, s'irritò, s'inalberò e disse:

- Allora non ci vado neppure io.

Queste parole causarono una tale ilarità e incredulità che il giudice gliele fece ripetere due volte. Lui le ripeté e il giudice, sicuro, oltre ogni possibile dubbio, di aver capito bene, lo cacciò dall'aula.

Mio padre se ne uscì a testa alta, convinto d'aver stupito la corte per la sua fermezza. Il pubblico rideva, il giudice irritato batté con foga il martello, fece sgombrare l'aula, disse di essere scandalizzato da mio padre, da mia madre e da tutta la nostra maledetta famiglia, avvocato compreso, e spedì mia madre, me, l'avvocato e il maestro, un noto pederasta, amico intimo di famiglia, che non c’entrava nulla col processo, a colonizzare Ormuz.

E così c'imbarcammo per Ormuz.

Ormuz! Cosa sapevo di Ormuz? Cosa m'attendeva? Nessuno ne sapeva nulla e pareva che neppure un’anima pellegrina ne fosse tornata.

Ma dei miei timori e delle mie paure avrò tempo di parlare in seguito. Accennerò, invece al viaggio, che secondo mio padre fu un porcaio. Così lo giudicava mio padre e mia madre stranamente assentiva. Anche per me lo fu; ma fu anche molto di più: fu un'avventura, una battaglia, una scuola e qualcosa di molto più grande.

Papà ripeté, senza mai stancarsi che quei bastardi non sarebbero riusciti a piegarlo, mia madre distribuì del "cretino" milioni di volte, conobbi Milly, Stanley, il Maiale, il coniglio e Bob, che diceva di avere sedici anni e ne aveva quindici: uno più di me. Fu un viaggio complesso, epico e tormentato: l'iniziai bambino e ne uscii uomo.

Conobbi i profumi, i colori, il sangue, l'amore, i vorticosi meandri della vita Di più, per ora, non dico; perché, mentre ricordo, quell'orgia di nuovi colori, e passioni, ancora mi confondo; procedo, quindi, con ordine e riprendo da quel giorno, in cui noi, la famiglia modello, s’imbarcò sulla nave.

 

LA NAVE

La nave era una cosa enorme. Senza tante cerimonie ci fecero entrare attraverso una specie di oblò, che avevamo raggiunto con una lunga scala e così fummo dentro, in quell'enorme stomaco di balena che era la stiva.

Qualcuno piangeva, qualcuno rideva. Ma i più erano seri e tesi come corde.

Io, da parte mia, non sapevo come sentirmi; se essere allegro o triste, se piangere o ridere, se esaltarmi o disperarmi. Più volte, timoroso, sondai i volti di mio padre e di mia madre perché, se loro avessero pianto, avrei pianto anch'io, ché l'avevo lì pronto il singhiozzo; ma l'uno, mio padre, camminava spavaldo e sorridente, quasi stesse prendendo possesso di una nuova proprietà, e l'altra, mia madre, era così nera e irritata nel vederlo in quello stato beota, che neppure si rese conto che stavamo lasciando Ginx per sempre.

Così nessuno dei due poteva ispirarmi e l'unico della famiglia che sembrava capire cosa stava accadendo era quel povero figlio che ero io, che mi ritrovavo, sì, triste e spaventato ma pure eccitato, curioso e spavaldo. Un gran pasticcio insomma, perché da una parte c'erano le mie paure e tutte quelle voci su Ormuz, secondo le quali ci avrebbero trattato come schiavi, mentre dall'altra c’erano quel mio animo zingaro, sognatore e incosciente, che avevo ereditato da mio padre, e le favole di un pianeta nuovo, libero e vergine. Così con tutto questo casino che ballava dentro il mio cuore non potevo proprio né piangere né ridere.

Intanto, quando tutti furono dentro, le porte vennero chiuse e una voce, che si qualificò come la voce del capitano, gracchiò dagli altoparlanti e ci urlò il silenzio con tale e tanta autorità che tutto quel bailamme di voci, singhiozzi e grida si placò e il silenzio divenne totale.

A questo punto la voce ricominciò a tuonare e ci spiegò che quelle porte, che si affacciavano sui lati della sala, erano gli ingressi dei nostri cubicoli, in ognuno dei quali, noi coloni, avremmo alloggiato.

Dentro ogni cabina c'erano le brande, un rubinetto, coperte e cuscini, ossia tutto quel ben di dio di cui non eravamo né degni né meritevoli ma che comunque il capitano concedeva assieme alla relativa chiave della porta, con la quale avremmo potuto conservarci gelosamente tutti quei tesori e, sempre con la quale, avremmo potuto conservare i nostri corpi e i nostri spiriti che a lui interessava meno di niente.

Parlò poi dello spaccio, del gong, del secchiello, del sonno, del silenzio, dei gabinetti, degli schiamazzi, dei nostri peccati, di quello che pensavano lui e la ciurma della gente come noi, ammesso che "gente" fosse il giusto appellativo, e di come lui ci avrebbe trattato, se lo avessimo fatto incazzare.

Enumerò le pene e fece qualche provvidenziale esempio perchè capissimo ciò che certamente, con le nostre teste quadre non avevamo ancora capito. Quello che, in ogni caso, dovevamo ficcarci ben chiaro in testa era che nella nave comandava Lui. E a sua discrezione.

Dato che certamente nessuno di noi lo aveva ancora capito, in cuor nostro lo ringraziammo per l'utile chiarimento. Del che lui ci fu grato tanto che abbandonò il tono minaccioso e affermò che noi eravamo i suoi polli, la nave il suo pollaio e, in ogni caso, tale potere lui lo avrebbe esercitato con tanta giustizia e rigore da indurre l'eventuale pollo trasgressore a maledire non solo lui, che delle nostre maledizioni se ne faceva un bel baffo, ma pure la propria nascita, i propri antenati e l'intero universo, giacché lui nella sua discrezione ci sguazzava come un'oca nel suo stagno o un porco nel suo concime.

Dopo altre raccomandazioni sulla pulizia, saggiamente alternate a oscure minacce finalmente il capitano tacque.

Per amore di completezza debbo riferire il clima d'accoglienza che ebbe quel discorso.

In generale fu giudicato come equilibrato e tollerante. Tutti si congratularono con se stessi e lodarono la moderazione del comandante che, in definitiva, doveva essere un gran brav'uomo e qualcuno, saggiamente, ricordò l'antico proverbio "Can che abbaia non morde". In sostanza il viaggio si prefigurava meno balordo di quanto si fosse temuto.

Quanto a me non posso affermare di aver nutrito lo stesso ottimismo, ché anzi quei commenti così benevoli furono davvero una sorpresa. Non mi piacevano tutte quelle punizioni "a totale discrezione del comandante" ma, se una tale accolita di vecchie volpi affermava che tutto andava per il meglio, così doveva essere. Del resto, come più volte aveva affermato mio padre, "le discrezioni" erano cose che su Ginx costituivano l'universale norma che regolava i rapporti tra noi, il popolo bianco e schiavo, e loro, i padroni neri. Nulla di nuovo quindi e tutto per il meglio.

Decisi perciò di non preoccuparmi e di gettar via tutte le mie paure da cucciolo inesperto e impressionabile, per abbracciare le ampie vedute di tutti quei saggi signori, per i quali la vita era stata, sì, una prova dura ma, nello stesso tempo, un’esperta maestra.

Eravamo, in quella stiva (come ci informò il capitano.), circa mille persone; di queste mille, trenta erano condannati per un solo reato, settanta per due e i rimanenti per un numero imprecisato, superiore a tre.

Dei mille presenti seicento erano gli effettivi delinquenti, i rimanenti erano i loro famigliari.

Quanto al tipo di reati, la varietà era numerosa e notevole: cinquecentotredici erano ladri, quattrocentosei ubriaconi molesti, trenta pervertiti sessuali, settanta maniaci, centosette seguaci di sette, centosettanta congiurati politici, trecento truffatori di sei tipi diversi, sessantasei assassini, ventisei rapinatori, trenta marvinisti, un cawain e una strega Annali.

 

BOB

Conobbi Bob il primo giorno di viaggio, subito dopo il discorso del comandante, quando tutta quella marea umana di coloni si precipitò verso i gabinetti.

Sarà stato per l'emozione o per la paura, fatto sta che pareva davvero che tutti fossero stati colti da sommovimenti che dovevano sfogarsi in quei posti.Bob che era di tre posti davanti a me nella prima fila, quando mi vide, cioè quando vide un ragazzo più o meno della sua età, anzi di due peli più giovane, scalò e mi disse che lui era Bob, che aveva vent’anni e si radeva tutti i giorni. Poi mi chiese chi ero e da dove venivo. Io glielo dissi, anche se mica mi piaceva lui, con quella sua aria di sufficienza e con quei quattro peli che aveva sulla faccia.

Mi chiese, ghignando, se ci sapevo fare con le donne ma non attese neppure la mia risposta e disse che si vedeva che ero un bambino e che, per fortuna, avevo incontrato lui che m'avrebbe insegnato tutto. Lui aveva già adocchiato una brunetta niente male come tette e che, se mi sporgevo, potevo vedermela, quella brunetta, nella quarta fila dietro al tizio dai capelli rossi.

Io ci guardai ma, in realtà. non la vidi perché una ondeggiante muraglia di corpi me lo impediva; tuttavia dopo aver finto di guardare, alzando e abbassando la testa, concessi che sì, che mi pareva una bella figa.

 Lui approvò e disse che se la sarebbe fatta, anche se in verità le preferiva più vecchie. Mi chiese se ero mai stato a puttane e, quando risposi che sì, approvò due volte e se ne andò facendomi l'occhiolino.

Io rimasi a far la coda, contento di avere un amico. Anch'io ne sapevo qualcosa di donne ma erano più parole che altro, anche se già ero stato a puttane. Così il pensiero di un maestro esperto e, per di più, amico mi entusiasmò. Quel viaggio cominciava bene e prometteva ancora di più.

Bob non si fece vivo per un po’, anche se lo vedevo gironzolare attorno al cubicolo di Milli (questo era il nome della brunetta). Milli era davvero bella e non solo dava corda a Bob ma cercava Bob. Dopo un po' i due si sorridevano e i loro occhi mandavano lampi. Fatto sta che mi innamorai anch'io di Milli e, così, mentre lui seguiva lei, io seguivo loro, sperando chissà cosa e non passò molto che quel chissà accadde perché i due s'accorsero che li spiavo e Bob mi trascinò da lei, mentre rosso come un peperone, sprofondavo nel pavimento.

Tralascio di diffondermi sulle parole di Bob, sul suo sarcasmo, e soprattutto sul sorriso indulgente di Milli, che, vista da vicino, era così bella da farmi perdere quel po' di testa che mi restava.

Non so come ma riuscii pure a far l’offeso e a battere dignitosamente in ritirata verso i gabinetti, masticando tanta vergogna che fu davvero un gran sollievo sbracarmi, imprecare contro Bob, contro me stesso, contro l'universo e meditare chissà che sacra e demente vendetta.

Comunque non passarono molti giorni che Bob si rifece vivo. Il fatto era che la famiglia di Milli erano Marvinisti e, se anche Bob s'era illuso che lei non lo fosse, sbagliò i suoi conti, perché, quando, dopo lunghi appostamenti, poté avvicinarla da sola - io, con mia gran soddisfazione, fui presente al fatto - Milli neppure gli rispose e, quando lui la insultò chiamandola "vacca", lei soavemente invocò Marvin affinché anche lui, Bob, fosse toccato dalla grazia.

Perché tutti i marvinisti erano così: superbi e mafiosi. Così li giudicavano mio padre, mia madre e Barbuk e, se una simile trinità concordava su qualcosa, mica era possibile che su quel qualcosa non concordasse il resto del mondo. Tutti odiavano i marvinisti. Una volta li buttavano nei circhi a farsi sbranare dagli orsi ma quelli anziché mandare Marvin a quel paese continuavano a morire felici e a figliare come conigli. Così smisero di mandarli nei circhi e li mandarono a figliare su Ormuz.

- Noi uomini siamo belve sanguinarie - diceva papà - e i fanatici religiosi sono peggio degli altri. Amano i martiri? Vogliono i martiri? Ma allora che li facciano pure e non rompano i coglioni!

Tanto pensava mio padre dei marvinisti e tanto pigliavo io per buono, tanto più che quelli se ne stavano per conto loro, ti evitavano come un appestato e avrebbero irritato l'uomo più paziente del mondo. Figurarsi lì dove i nervi montavano per un’inezia e i muscoli li seguivano a ruota. Insomma che qualche pugno si stampasse su un grugno marvinista era evento così scontato che non faceva neppure notizia.

Fu appunto nel giorno in cui Milli sputtanò Bob davanti a me che, in seguito a un incidente di quel tipo, io conobbi Wilma; anzi fu lei che conobbe me, perché, mentre tutti scappavamo a causa di quel gran casino che racconterò, lei mi si aggrappò al braccio, con la sua faccia ebete e il suo occhio guercio.

Io scappai e mi arrampicai su quel rifugio dietro i cessi che avevo appena scoperto e di cui non ho ancora parlato. Lei mi seguì, anzi fui io che dovetti tirarla su e poi tirarla giù. Operazioni, queste, che mi misero a contatto con le sue gambe, il suo viso e le sue poppe e mi fecero salire ai sette cieli, dove salì pure il mio aggeggio tutto rizzato in armi e duro come una pietra. Ma, se io ero emozionato, lei non lo era proprio, che anzi quando fummo al sicuro mi abbracciò, stringendomi con le sue poppe e cercando la mia bocca.

Ne fui così sorpreso che persi l'equilibrio e rovinai giù sul pavimento. Ma, santo dio, tutti i miei nervi si agitavano e così mi risvegliai, risalii la china e ci misi tutta la mia anima a rivoltarmi fra tutto quel mammellame. E anche la mia torre si diede da fare in quell’intrico di tette e mutande. Colpì, sbagliò, s’incagliò, il mio povero fagiolo inesperto! Ma, affannato, si riprese e tornò a colpire; cieco e testardo, spingeva e cercava il suo paradiso senza mica trovarlo, fino a che non giunse una mano provvidenziale che lo afferrò per la testa, quell’essere ottuso, e lo portò sulla via del paradiso. E allora sì, che, flip, flop, flap, l’universo esplose e tutto fu finito.

- Ti è piaciuto? - le chiesi; ma mi rispose la sua faccia, che non mi pareva proprio ai sette cieli. Il fatto fu che sotto la faccia aveva tutto quel mammellame che mi diede un’altra scossa e così, afferrato il mammellame, cominciò il secondo flip, che fu tutt’altra cosa perché i flip furono molti di più fino alla seconda esplosione, che mi lasciò ansimante come un cane. Così finì l’estasi e anch'io fui svezzato all'amore non puttanesco.

 

L'incidente che causò la fuga e quello che ne seguì, era avvenuto di primo mattino, quando il pugno del Talpa, che aveva cavalli per bicipiti, finì sull'occhio destro di un marvinista che, certamente, vide le stelle, il suo dio e, senza proferir parola né guaito, crollò a terra stecchito.

Le guardie non poterono non intervenire, perché non solo tutto era accaduto sotto i loro occhi ma, dall'assoluta immobilità del corpo, pareva proprio che lì ci fosse un marvinista morto. Tentarono di non vedere ma gli altri marvinisti, protestarono con tale vigore, indicando il morto, che dovettero chiamare il capitano, il quale capitano, dopo essersi incazzato con loro per averlo disturbato per un marvinista disteso a terra e neppure morto, (quello nel frattempo s’era messo a guaire) per chiudere la questione ordinò alle guardie di arrestare il Talpa, il che le guardie si accinsero a fare, fra le nostre proteste perché quel figlio di puttana di capitano quell'arresto non lo doveva fare.

Questo si rumoreggiava mentre le guardie scendevano e dai mormorii qualcuno passò alla protesta aperta, per cui quei poveretti non solo si trovarono un muro ma furono circondati da una folla vociante il cui aspetto era tutt’altro che cheto. Fatto sta che si impaurirono, si videro già sbranati e indietreggiarono mentre il loro capo, senza pensarci sopra, azionava la sirena, apriva gli idranti e li puntava contro di noi. Ci fu così una fuga generale, vorticosa e precipitosa e fu proprio in quella fuga che a me capitò quel favoloso evento con Wilma, evento che mi fece crescere di dieci centimetri: avevo da scopare e avevo un rifugio.

Quello sì che era stato proprio un grande giorno.

 

IL RIFUGIO

Era stato Bob a dire (ma lo sapevo anch'io) che per combinare qualcosa con le donne, dovevamo trovare un posto sicuro.

Io, che allora ero ancora suo suddito e ancora pensavo che parlasse per tutte e due, m'ero dato da fare e il rifugio l'avevo trovato ma mica gliel’avevo mostrato, santo dio, perché nel frattempo era successo quell'abominio tra loro e me e allora avevo pensato che, in definitiva, chi cazzo me lo faceva fare di dirlo a loro, perché ci facessero i loro comodi.

Ma dopo il fatidico giorno della mia avventura con Wilma, dopo avergli raccontato tutto e dopo averlo visto verde d'invidia, gli mostrai il mio rifugio.

Lui non proferì parola e mi seguì.

Il rifugio l'avevo trovato sondando i pannelli di panforte che circondavano i cessi; poiché uno suonava fesso, m’ero arrampicato su un tubo corazzato ed ero sceso nello sgabuzzino che costeggiava tutti i retri di cessi e di docce, chiudendosi sulla parete. I tubi di scarico correvano a pavimento e sbucavano in una vasca sigillata, che odorava di stufato e vaniglia.

Bob ne fu entusiasta. Intravide subito le enormi possibilità di quel posto e così ci demmo subito da fare. Non so come ma lui si procurò un succhiello e io mi misi al lavoro mentre lui non lavorava ma, in compenso, ispezionava, approvava e criticava quella specie di pirla che ero io. Poi mi incazzai e fu lui, con le sue arie di capitano, a dover sudare e bestemmiare, mentre io me ne stavo spaparanzato come un dio. 

E fu così che da quel giorno cominciammo sistematicamente a guardare femmine, femmine e femmine: femmine che si spogliavano, femmine che si esploravano, femmine che si lavavano, mentre noi, perpetuamente con l’uccello in mano, ci menavamo fino a morirne.

Di fronte a quel ben di dio proprio non potevamo non menarci fino all’esaurimento per poi lanciare lo spruzzo verso il cielo. Il guaio era che il lancio di quel figlio di cagna arrivava sempre più in alto del mio e lui, da quello stronzo che era, lo dirigeva sulla mia testa. 

Quella sfida la perdevo sempre ma quella volta proprio non mi andò giù; ne rimasi umiliato e insultai lui e il suo cazzo. Lui la prese al volo e mi sfidò; io, da quel gran belino che ero accettai e dimostrai così tutta la mia balordaggine, perchè lui quella sfida, sulla lunghezza dei rispettivi uccelli, era sicuro di vincerla e io di perderla.

I nostri uccelli pendevano come lingue di cane al sole, che già noi li afferravamo e li dimenavamo con entusiasmo. Bastarono pochi sforzi, però, per renderci conto che le rispettive proboscidi rimanevano ostinatamente flosce. Bob chiuse persino gli occhi per ispirarsi ma alla fine dovemmo arrenderci.

Non dicemmo più niente e rimanemmo sdraiati. A me si chiudevano gli occhi. Sentivamo la gente entrare e uscire ma tutto giungeva attutito; anche lo scroscio dell'acqua. Io divagai con la testa e forse m’addormentai. 

Passammo tutto il pomeriggio sdraiati e in silenzio, e, quando di malavoglia ci alzammo, ero così esaurito e affamato che non solo non vedevo né pensavo più a nulla ma avevo pure dimenticato la follia e gara.

Ma ci pensò Bob che arrivò nel nostro cubicolo dopo cena: la solita ignobile sbobba di brodo serale, che mio padre masticava bestemmiando ma che il cuoco e il capitano portavano ai sette cieli.

Solo la sera prima mio padre aveva osato protestare ma il cuoco, grasso come un ippopotamo e maligno come una vespa, con calma olimpica, aveva riempito la pentola per tutta la famiglia e poi ci aveva pisciato dentro. 

Mio padre aveva urlato indignato per tanta volgarità ma io, nonostante la vergogna e le violente contorsioni per reprimere i miei impulsi animaleschi, mi misi a ridere. Mia madre, discosta, sibilò appena qualcosa.

Intanto mio padre, riemerso dalla sorpresa, prese dignitosamente la pentola e se ne andò verso il cubicolo a fronte alta e diritto come un manico di scopa. Nulla, in simili occasioni, avrebbe potuto turbare la sua dignità ma ci riuscì la mia faccia, quando mi vide sghignazzare. Lui mi rifilò un calcione, mia madre aggiunse un "Cretino", non so se diretto a mio padre, a me o a entrambi, e io me ne scappai veloce come una gazzella. 

 Tutti gli altri intanto augurarono a mio padre buon pranzo e buon appetito, al che lui (chi potrà mai uguagliare la sua saggezza?) rispose con ampi sorrisi e chiese a tutti se qualcuno voleva favorire. Così l'episodio finì, guadagnando mio padre grande popolarità e noi ulteriore digiuno.

 

Bob arrivò mentre mia madre, ancora nervosa, mi stava rifilando una sberla. L'arrivo di Bob la distrasse e ciò mi bastò per saltar fuori dal cubicolo. Ce ne andammo nel nostro rifugio e subito dopo spuntò l'occhio di Wilma.

Bob spiegò solennemente la questione mentre lei annuiva entusiasta e terminò:

- ... e tu Wilma sarai arbitra, artefice e giudice della nostra tenzone! -

Wilma, eccitata, con l'occhio guercio che brillava si buttò nell'operazione e qui dovrei aprire una parentesi su Wilma e sul suo cervello ma sia per vergogna mia che per il brutto ricordo dell'occhiata di compatimento che Bob mi lanciò appena lo capì, non dirò nulla e proseguirò senza parentesi.

Wilma si buttò nell'operazione e attaccò a menarceli, fino a che le torri maestosamente non si furono levate in tutta la loro solennità. Io godevo beato, assente e dimentico; non così Bob che, dopo un po’, esplose ingiungendo a Wilma di smetterla se non voleva che la innaffiassimo.

Wilma, seccata ma inorgoglita, al vedere i nostri eucalipti, si sedette placida e, compiaciuta, cominciò ad ammirarli, sino a che Bob non si stufò e le chiese di procedere alle misurazioni. Lei annuì ma poi attaccò a spogliarsi e fece uscire le sue poppe, tanto belle e rotonde che dubitai di resistere a tanto ben di dio. Lei se le accarezzava sorridendo beata e dovette di nuovo intervenire Bob, che sicuro di vincere la gara, seccato per gli indugi, le sibilò che la smettesse con le demenze e procedesse a misurare.

Wilma protestò, Bob disprezzò le sue poppe e Wilma, offesa, disse che ce li misurassimo da soli i nostri bastoncini. Allora io, temendo per la prossima scopata, intervenni con furia e dissi a Bob che era cieco e cretino, se non vedeva che quelle mammelle erano le più belle della nave. Wilma s'illuminò e cominciò a sorridermi. Forse in altre occasioni quel rollio di mammelle non mi avrebbe scosso ma quella volta lo fece e il mio tronco ebbe un sobbalzo, tanto che Bob, visto la cosa misurò lui.

Misurò quindici il mio e diciotto il suo, al che io contestai e misurai io, ottenendo sedici e sedici. Avevo barato grossolanamente e ciò fece infuriare Bob, che si umiliò a pregare Wilma di procedere lei con imparzialità.

Wilma, anche per il mio incoraggiamento, iniziò ma, imbranata com’era, inciampò, posò un piede sulla pancia di Bob, poi, incagliato il metro sui miei coglioni, per districarlo, scivolò e, cadendo non perse l'occasione di darmi una bella leccata. Tentò di favorirmi, Wilma, e misurò tre volte tra le bestemmie di Bob ma, infine, dovette ammettere che la torre di Bob batteva la mia quidici a quattordici.

Bob si alzò solennemente e proclamò la sua vittoria nonostante la parzialità dell'arbitro, le "avversità della sorte" e "la dea fortuna". Cosa c'entrasse il fato non lo so ma addebitai quel discorso all'inguaribile megalomania di Bob. Lui invece, interpretato il mio silenzio come l’umiliazione dei vinti, aggiunse:

- E d'ora in avanti il tuo cazzo non porti spada ma ramingo nasconda il suo animo, debole e misero come il suo aspetto, dietro ai coglioni.

Al che io che avevo in serbo l'arma segreta risposi:

- Lungi dall'ammettere la mia sconfitta, ti invito a meditare, cazzo di Bob, giacché la vittoria è mia; le nostre lunghezze, infatti, non hanno a confrontarsi in sterile confronto di numeri ma da rapportarsi alla rispettiva anzianità.

Wilma mi guardò sconcertata giacché, essendo, oltre che gaudente e animale, pure un poco minorata di mente e non avendo capito nulla del mio discorso, pensava che cercassi di barare. Bob, invece, comprese e cominciammo a discutere non in aulico ma in volgare, con le più sacrosante ingiurie, al che, Wilma, finalmente nel suo elemento, compreso il nocciolo della questione, si diede vigorosamente a sostenermi.

Alla fine Bob, un po’ perché in torto, un po’ perché solo contro due, terminò l'alterco mandandoci a quel paese e se ne andò.

Noi, io e Wilma, non perdemmo tempo e ci demmo dentro, tanto più che il solvente proprio allora cominciò a sciogliere il suo profumo di melassa. Lavorammo tutti e due in un intrico di poppe, cosce, torri, occhi e bocche che si arrotolavano e si confondevano fino a che mi dette il colpo di grazia e io sparai contro la parete, sicuro di battere il record di Bob, ma sarà perché quel giorno era quel giorno, sarà perché sparai da troppo lontano, fatto sta che, con mia grande delusione finii tre dita buone sotto il segno di Bob.

 

L’AMORE

Vicino al nostro cubicolo ce n'era un altro abitato da madre e figlia. La prima era secca, alta con un naso adunco da falco, l'altra era invece incantevole e flessuosa come un giunco. Facevano vita ritirata, le due, soprattutto la madre, che ti squadrava gelida dall'alto in basso come se tu fossi un umido verme.

Mio padre, che era a stecchetto da quando mia madre s’era acquartierata con tre beghine, su quelle due ci buttò l'occhio e non passò molto che sulla giovane, oltre che l'occhio, ci buttò la mano. Quella urlò e la madre accorse.

Ci fu un po’ di confusione con altalena di toni e di voci ma presto quella lenza di mio padre cominciò a imbastire un discorso così convincente sul come, il quando, le circostanze, ecc., che la vecchia, la giovane e perfino io, che ascoltavo di nascosto, ci smarrimmo, al che lui, visto il successo, non si fermò e ci infilò, senza esitare, l'ingiustizia cosmica che aveva portato una signora così fine su quella nave di popolani rozzi e peccatori come lui.

Al che la vecchia, prima tesa e perplessa, si sciolse in pavoneggiamenti e sorrisi per quel signore (mio padre!) così sensibile, che con tanta finezza sapeva comprendere il suo disagio di signora, e allora mio padre, valutati i pro e i contro e dedotto che tanto valeva tentarci, tentò. Non so come ma tentò e io sentii il rumore di uno schiaffo. Fu la fine precoce di un’unione contro natura che non lasciò alcuna traccia su mio padre, il quale se ne ritornò fischiettando al nostro cubicolo.

Fu quella sera, che tornò con l'altra ma questa è un’altra storia, perché la mia storia, quella per cui impazzii, riguardava la figlia ("la Poppa" la battezzò in seguito Bob) che profumava di datteri, latte e melassa. Vestiva semplicemente, la Poppa, ma nessun vestito riusciva a nascondere quelle piccole colline che di notte sognavo con il cuore in subbuglio, fino a che me ne innamorai pazzamente e disperatamente. Non era una donna fatale, non era sofisticata ma era dolce e bianca come una gemma; il suo viso era candido, i suoi occhi neri e dentro di me, appena la vedevo, tutti gli umori si sconvolgevano, il mio cuore si fermava, diventava un tizzone di fuoco e poi si scatenava.

La mia storia con la poppa è la storia del mio primo tragico amore; di notte la sognavo, sospiravo e sudavo, di giorno la seguivo e la spiavo.

Seduto nel cubicolo o appena fuori me ne stavo, estasiato e tremante, a sognare quegli occhi, quel viso dolce, quelle labbra rosse come lamponi e, più sotto, quelle mele tonde e vive come mantici.

Il mio primo amore fu un amore di poppe. Tutte le donne avevano le poppe ma lo stesso nome non poteva contrassegnare l'eterogenea moltitudine di cose penzolanti, che vedevo dal buco, e quelle piccole cose, divine, palpitanti e vive, che sognavo e sudavo. Me la sognavo nuda, sì! Ma dalla vita in su con quelle mele inquiete e timide, veri occhi del petto e dell'amore, mentre al di sotto, dalla vita in giù, era tutto un biancore indistinto. Lo evitavo, sentivo che quel sotto volgare avrebbe profanato quel sopra divino. Lo spirito contro la carne, il sesso contro l'amore. Sopra era l'amore, il paradiso vertiginoso; sotto, non lo so. So solo che quel viso e quelle poppe mi confondevano, rimescolavano le mie acque, i miei vulcani e i miei ghiacciai. Spuntavano all'improvviso e lanciavano lampi d'amore, mi guardavano e mi sentivo avvampare, senza più fiato, né memoria.

Quando di nascosto, la osservavo respirandola, bastava una mossa della tunica che si adagiasse a modellare una di quelle vive colline e il respiro mi si mozzava, la gola seccava come un deserto, e un fiume di calore saliva dal petto, si spingeva nella gola, e di lì traboccava nelle guance, che s'imporporavano come mele, mentre nel cervello, tutto, cognizioni, neutroni e sinapsi, saltavano, distruggendo quel poco di testa che ancora mi restava. Il cuore era una grancassa stonata e nell'aria c'erano profumi di pistacchio, di vaniglia e di panna.

Di notte la sognavo ferita o in mano ai briganti; sognavo praterie sterminate dove io e il mio cavallo inseguivamo i banditi, sognavo montagne dalle quali vedevo i banditi fuggire e io precipitarmi come un angelo salvatore. Nello stesso tempo la vedevo da vicino, mentre tentavano di violentarla. Lei eroicamente si difendeva colle unghie e coi denti, piangendo e invocando il mio nome. Allora, quando era sul punto di soccombere, come un'aquila vendicatrice, come un dio spietato e tenebroso, giungevo io, che, sbaragliati i briganti, dolcemente la sollevavo e le asciugavo le lacrime; allora lei vedeva me, il suo salvatore, e, innamorata della mia rude bellezza, soggiogata dal mio tenebroso coraggio, mi scioglieva tra le mie braccia.

E capitava pure che perdessi il controllo dei sogni. Allora, soverchiato dai banditi, mi vedevo soccombere, e combattere fino alla morte, mentre al mio dolore, al dolore delle ferite, s'aggiungeva quello di lei, disperata per un me, di cui era follemente innamorata. Insomma chi moriva ero io e già di lì potete capire che razza di pirla fossi e quanto fossi caduto in basso.

Ero così! Altri forse , quando sono colpiti dalla fatale freccia dell'amore, non si riducono a simili livelli di demente delirio ma io così ero e così rimasi. Nella mia lunga vita quando m'innamorai fu sempre un calvario tra gli abissi del dolore e della gioia.

Per fortuna qualche volta, rinsavivo almeno a metà e, dimenticato il me stesso eroico, cambiavo sogno e nel nuovo mettevo me e lei dentro una casetta di tronchi, riscaldata da un gran focolare, e finalmente mi sognavo mentre l'abbracciavo, la baciavo, la stringevo, le palpavo la poppa destra poi la sinistra, poi mi scatenavo, poi prendevo quelle poppe e le stritolavo, le baciavo, le lasciavo, l'abbracciavo tutta intera. Ah, quanto era dolce quella visione! 

Non dormivo più; coricato nel mio letto, vegliavo con le orecchie tese al suo cubicolo, la sentivo muoversi, e spogliarsi: ora si leva il vestito! Ora la camicia! Ora il reggipetto!!! e vedevo nell’aria quelle poppe uscire prepotenti e allora nel mio letto ci davo dentro, disperato, a menarmi come un ossesso.

Due volte me ne andai nel rifugio, tutto solo, per spararmene una, anche perché nel nostro cubicolo c'erano mio padre con l'oca. Ma nessuna delle due volte ci riuscii. In quei momenti compresi l'abisso tra il sesso e l'amore, tra il sentimento e la carne. Insomma, potete capire in quale baratro fossi caduto e quanto grave fosse la malattia? Era il mio primo amore ed era senza speranza.

 

A furia di soste solitarie, arrossamenti improvvisi, silenzi ispirati, inseguimenti, appostamenti, anche Bob se ne accorse. Mi fermò e, indicandomela col braccio disteso, mi disse che io ce l'avevo con quella. Io, in imbarazzo per la sua grossolanità, pur arrossendo come una prugna, risposi.

- Cosa? Quale? -, - Ci sbavi dietro. Sei cotto! - mi sistemò lui con la sua aria da vissuto che mi faceva imbestialire - Come tette non è male - aggiunse.

Il giorno dopo, però, doveva essersela sognata, perché venne da me e con falsa indifferenza mi disse che non era male per niente. Da quella volta la chiamammo "Poppa" e cominciò la caccia grossa.

A me passò, almeno in parte, quell'intontimento comatoso e a lui nacque e così, essendo in due, tutto cambiò, passando dalla solitaria creazione romantica alla realistica pianificazione.

Si parlava, si discuteva e si progettava in due. Diventò un'avventura complessa e sfaccettata. Diventammo casalinghi del nostro rifugio e passammo a uno studio scientifico della situazione, perché entrambi si convenne che si dovevano stabilire precisi obiettivi, assumere sicure informazioni ed elaborare ponderati progetti.

A questo punto devo, però, aprire una parentesi filosofica sull'intera umanità, su me stesso e sull'amore.

Quando mi innamorai della poppa, durante quello stato comatoso, pensavo che così fosse per tutti e che nessuno al mondo, dopo aver assaggiato quell'alternarsi di vertiginosi smarrimenti, baratri di infelicità e torrenti di gioia, caratteristici della malattia, nessun essere al mondo, dicevo, femmina o maschio, potesse aver sensazioni diverse dalle mie e che neppure, una volta ammalatosi e guaritone, potesse resistere in quello stato vegetale in cui le giornate passano in un susseguirsi di banalità come mangiare e respirare. Nessuno, una volta provato l'amore, poteva guarirne senza vagare disperatamente per il mondo alla ricerca di un nuovo agognato contagio. Anche questo pensiero testimonia quanto fossi ingenuo e fesso allora e quanto fosse potente quello sciagurato romanticismo ereditato da mio padre che perseguitò tutte le peripezie della mia pellegrina esistenza.

Neppure notai che almeno un terzo dell'umanità, se le mie credenze fossero state vere, avrebbe dovuto aggirarsi per le strade in perpetuo stato di delirio, con occhi luccicanti, bave alla bocca, neppure consapevole che, oltre lui, oltre la malattia, oltre l'oggetto della malattia, esistesse un intero universo.

 Solo dopo che Bob si innamorò e lo vidi comportarsi così diversamente, compresi che esistevamo forme più o meno gravi di quella malattia e che la gravità dipendeva dal tipo di malato. Io ero un caso disperato e lo sarei sempre stato. Per me non solo non esisteva vaccino contro quel virus ma per tutta la vita ne sarei sempre stato vittima nella sua forma più grave.

 

Ma torniamo a me e a Bob. A volte ero perplesso su quel modo di affrontare la faccenda e protestavo con lui, che, al contrario, non mostrava mai alcun dubbio:

- Nessuna battaglia è stata mai vinta con l'improvvisazione.

- Ma qui non c'è nessuna battaglia da vincere - protestavo io.

- La conquista di una donna è più ardua di una guerra, più epica di una battaglia; se non fossi l'ottimista che sono, direi ch'è già persa in partenza, perché noi siamo innamorati e quindi senza favella, mentre lei no!

- Calma! Calma e riflessione! - ripeteva e aggiungeva che, come la storia insegnava, solo i bambini e gli scemi si lasciano travolgere dalle passioni, mentre, in ogni tempo e sotto ogni bandiera, le virtù dei grandi generali erano state la tattica e la strategia.

- Ma cazzo, Bob! Ma mi vuoi dire cosa dobbiamo vincere? - esplodevo alla fine io di fronte a tanta prosopopea.

Ci cascavo sempre, perché lui a questo punto cominciava a pontificare. Citava, declamava e invocava gli dei a testimoni contro gli sciocchi. Non bisognava forse elaborare un piano per portare lei da una parte con noi, e, contemporaneamente, tutti gli altri (coloni e ciurma) dall'altra? E senza arretrare neppure di fronte una sommossa o una catastrofe? Non bisognava insomma "cavalcare la situazione", promuovere intrighi, giocare d'astuzia.

Una volta partito quello non lo fermava nessuno, nemmeno un caterpillar. Mi mandava in bestia e mica riuscivo a sopportarlo.

Allora lo mandavo a quel paese, al che lui rispondeva che ero senza palle e senza cervello. Io gli replicavo che di coglioni come lui capaci solo di sputare sentenze ne era pieno il mondo, la nave e le drogherie. Lui rispondeva che da un padre come il mio poteva uscire solo un uccello come me, e questo era davvero troppo! Questo mi offendeva fino alle viscere! E allora gli saltavo addosso e gli stampavo un cazzotto sul suo grugno di merda.

Questo mi riusciva quasi sempre, ma, fesso come mi ritrovavo, mica scappavo: rimanevo lì e così finiva che quello mi beccava e, dopo avermi steso a terra, con le ginocchia premute contro le mie braccia aperte, (un dolore del diavolo!) quasi fossi crocifisso, (il che mi faceva male fino a lacrimare) mi slegava i calzoni e mi metteva all'aria le palle e l'uccello. E questa su Ginx era l’umiliazione peggiore che potesse esistere.

 

 

Via Trento 25 - 10073 - Ciriè (To)

 

 


TEL

0119214156

 

MAIL

esaiae@libero.it

 

 

Nella pagina "DOVE ACQUISTARE" trovi per ogni testo il link per iniziare a legggere, il link per scaricare la versione pdf di un terzo o un quarto del volume, il link per le recensioni e gli indirizzi per acquisare.

LA CITTA’ E IL DEMONIO

Se vuoi tradurre qualche frase clicca qui sotto

Add the power of Google Translate's automatic translations to your website! The free Website Translator plugin expands your global reach quickly and easily. 
@import url(http://www.google.com/cse/api/branding.css);
]]>
]]>